Magnifica Humanitas2026


Opere
46 · Istituto Italiano di Cultura di Parigi
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Panoramica

La fotografia compie duecento anni proprio ora, mentre le immagini imparano a scriversi da sole.

Magnifica Humanitas la riporta a Parigi, dove è nata, con una mostra quasi interamente in bianco e nero, in omaggio alle sue origini: circa quaranta opere phygital — stampe fotografiche, installazioni video, un film e una cappella di vetro — concepite da Matteo Basilé per le sale dell'Istituto Italiano di Cultura, in concomitanza con Paris Photo.

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In Summo Volcani

2026 · Stampa fotografica a pigmenti di fumo su carta cotone, con intersizio intagliato

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Absentia

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Humanitas 36

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Le Dernier Acte

2026 · Stampa fotografica a pigmenti e polvere di fumo su carta cotone

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Le Miracle

2026 · Stampa fotografica a pigmenti e polvere di fumo su carta cotone

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Tempus omnia revelat

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Tempus omnia revelat I

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Trasumanar I

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Trasumanar II

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Trasumanar III

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In mostra

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Quel che resta della Transavanguardia
2006

Ciò che resta di un’avanguardia, rimesso in posa.

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Matteo Basilé, Quel che resta della Transavanguardia
La mostra

MAGNIFICA HUMANITAS

Luogo
Istituto Italiano di Cultura di Parigi

MAGNIFICA HUMANITAS

Matteo Basilé

Istituto Italiano di Cultura di Parigi

12 novembre 2026 – 20 gennaio 2027

A cura di Dominique Moulon e Antonio Calbi

La fotografia compie duecento anni proprio ora, mentre le immagini imparano a scriversi da sole. Magnifica Humanitas la riporta a Parigi, dove è nata, con una mostra quasi interamente in bianco e nero, in omaggio alle sue origini: circa quaranta opere phygital — stampe fotografiche, installazioni video, un film e una cappella di vetro — concepite da Matteo Basilé per le sale dell'Istituto Italiano di Cultura, in concomitanza con Paris Photo.

Il titolo viene dall'enciclica di Leone XIV. Nel 1891 un papa di nome Leone rispose alla prima rivoluzione delle macchine affermando che l'operaio non è un ingranaggio; nel nostro tempo un altro Leone ha ripetuto il gesto davanti alle intelligenze artificiali. Allora la macchina prese le mani, ora pretende il volto. E il volto, scrive Lévinas, è esattamente ciò che ci vieta di uccidere.

I volti

Da trent'anni Basilé lavora con umanità di confine — santi e folli, corpi che il mondo tiene ai margini — e li veste di storie altrui: dagli archivi della Sartoria Farani, che dal 1962 cuce l'immaginario del cinema italiano, abiti che avevano già vissuto altre vite sono passati sui corpi delle sue fotografie. Oggi compie lo stesso gesto con un altro strumento. Ogni ritratto nasce dal suo metodo e dal suo archivio fotografico, il DNA da cui ogni figura discende: è lui a scrivere le coordinate, le forme, le luci, la misura esatta di ogni difetto.

Il tessuto serra il volto come una teca serra la reliquia. Il pianto si fa scrittura, la scrittura si fa oggetto sacro — il tasbih, il rosario, lo tzitzit, i semi della foresta — e tutte le fedi dell'umanità sono ricondotte a un solo gesto: annodare. Basilé non decora i suoi volti di difetti: li esige. Mai la ferita fresca, solo ciò che il tempo ha sedimentato. Chiama questa soglia la meravigliosa mostruosità: il confine fragile dove il bello si deforma e il mostruoso rivela. Le macchine producono simmetrie, perché la simmetria è la pigrizia della statistica; il naso storto bisogna volerlo.

La materia

Si può generare tutto, tranne il residuo. Già in Rerum Novarum Basilé aveva trasformato il fumo nero delle candele delle chiese romane in pigmento: qui quel gesto diventa fondamento. Ogni opera è un pezzo unico — stampa a pigmenti e polveri su carta cotone, incisa a mano, con finestre ricavate nell'immagine come reliquiari. Ma nessuna finisce dove finisce la carta: ognuna cela un secondo stato, invisibile a occhio nudo. Accostando un dispositivo l'immagine si apre, respira, consegna il tempo che la stampa tiene fermo. Le pale d'altare fiamminghe funzionavano così: chiuse nei giorni feriali, aperte nelle feste. Basilé chiama phygital questa doppia natura, ma la parola nuova nomina una liturgia antica: l'ostensione.

Il film

Magnifica Humanitas nasce da una parola che Dante inventò perché nessuna bastava: trasumanar, andare oltre l'umano. È un film di viaggio e di passaggio, tra la terra e il cielo, girato in bianco e nero in una terra che non appartiene a nessuna mappa — canneti, deserti di lava, crateri, scogliere, pianure di neve — e attraversata dagli ultimi uomini: non gli ultimi della fine del mondo, ma quelli del Vangelo, che saranno i primi. Un vecchio sacerdote grida tra le canne, due dervisci girano su se stessi, gli esuli trascinano i loro fagotti, una madre e una figlia si salutano prima di partire. L'ultima figura cammina sola con un lampadario acceso sul capo, finché diventa un punto. Dentro ci sono il dolore di Pasolini, la verità senza trucco del neorealismo, i volti di La Haine, le icone in movimento di Paradžanov. Le musiche sono di Marco Del Bene (MKDB): scrittura orchestrale, elettronica e ricerca timbrica che non descrivono ciò che appare, ma suggeriscono ciò che resta invisibile.

Superstes

Nell'ultima stanza, il cuore della mostra: una cappella di vetro. Fuori, una felce viva. Le felci c'erano prima che la Terra imparasse a fiorire e sono sopravvissute a cinque estinzioni: superstes, in latino, è il superstite ma anche il testimone. Dei sensori ne ascoltano gli impulsi elettrici, le reazioni alla luce, al buio, a chi le passa accanto; quei segnali viaggiano verso l'intelligenza artificiale di Basilé e da lì entrano nella serra. Il pavimento è terra nuda, zappata. Sulla terra, sola, una veste: quella con cui l'artista avvolge i suoi soggetti fino a lasciarne scoperto soltanto il volto. Qui nessuno la indossa più. In fondo, dove in una chiesa starebbe l'altare, uno schermo traduce il respiro elettrico della pianta in un volto, un'espressione, un'emozione. Il vivente sente, l'artificiale traduce, l'umano è assente — e l'unico corpo che la serra custodisce davvero è quello di chi entra. La reazione della pianta non è immediata: è un tempo dilatato, che chiede di restare.

Il manifesto

La mostra è accompagnata da Manifesto dell'ultimo umano, il testo di Airona Altman che ne attraversa le paure una per una — dell'intelligenza artificiale, della fotografia, del viaggio, del diverso — come si guarda un volto. Il catalogo è edito da Dario Cimorelli Editore, con testi di Antonio Calbi e Dominique Moulon.

«Non siamo qui per celebrare il presente. Siamo qui per alterarlo.»